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Wikipedia, nanoeditori e micropagamenti

Posted by Ubik on February 12th, 2007

L’appello della chairman della Wikipedia Foundation ad allargare i cordoni della borsa per salvare Wikipedia e il modello Open dell’informazione o quanto meno per garantirne lo sviluppo, ha avuto una larga eco nella blogosfera. In Italia la notizia è stata ripresa da Alessio in un post dal quale è partita una minidiscussione su quale sia il modello di remunerazione sostenibile che può permettere a Wikipedia di continuare.

Il problema, secondo me, va oltre i confini di Wikipedia e riguarda la sopravvivenza di tutti quei prodotti editoriali che si basano sull’effetto rete a prescindere se basati sul volontariato, come ad esempio i blog, o impostati come forme di nanopublishing.
UnderMac sostiene nei commenti che tutto ha un costo e che, prima o poi, anche Wikipedia dovrà cominciare a far pagare i suoi servizi.
La cosa mi trova da una parte d’accordo perchè penso che le fette di torta pubblicitaria che rimarranno disponibili saranno sempre più piccole visto che giganti come Google e Yahoo si preparano a monopolizzare la raccolta pubblicitaria; per questo le iniziative editoriali che puntano alla sola raccolta pubblicitaria come modello di business mi sembrano destinati a fallire.

D’altro canto però anche richiedere soldi direttamente agli utenti ha le sue controindicazioni; per un servizio basato sulla contribuzione volontaria può facilmente far indignare i suoi contributori, problema che youtube ha cominciato a porsi, mentre per il nanopublishing pone il problema di quale valore aggiunto dare rispetto all’editoria tradizionale, che tra l’altro sta compiendo la mossa contraria e si sta avvicinando al modello free press.

La questione se “un altro modello di business è possibile” era già stata discussa qui e io, al pari di Giuseppe, non ho soluzioni da proporre.

Sta di fatto che il volgo pare disinterassarsi alla cosa e qualcuno - dalle colonne del Financial Times non dall’ultimo dei blog - denuncia che a guadagnare sia dal modello open che da quello closed sono i soliti noti.



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Reader Comments

Mai analisi fu più perfetta ;) D’accordo al 100%

il punto e’ che NON esiste UN altro business model, il “silver bullett” per intenderci, quanto piuttosto vari esperimenti e mdalita’ di modelli da integrare e tagliare su misura per i siti/situazioni specifiche

anche se e quando ci sara’ un sistema di micropagamenti, non funzionaera’ per tutti; nel caso di wikipedia, rispetto agli utenti, insisterei con la richiesta di donazioni libere — cosa che anche vari blog/siti italini dovrebbero attivare senza vergogna

il problema in realta’ e’ ben piu’ ampio, nel senso che piu’ la gente s’interessa e segue solo i grnadi nomi, saranno questi, appunto, a guadaganre in termini di attenzione e di entrate, e quindi per loro il problema del busniss model non sussiste

se invece il volgo non segue, scruta, partecipa in altri ambiti, sotto la punta dell’iceberg e piu’ partecipativi, allora e’ ovvio che le iniziative di base, piu’ utili e interessanti hanno simili problami perche’ a monte hanno scarsa attenzione/partecipazione proprio dalla base con cui dovrebbero meglio interfacciarsi

restringere la questione alla pura modalita’ e transazione economica e’ un errore

Temo chi si sia arrivati vicino alla fine del palo. Provo a spiegarmi sinteticamente per non “lessare” la pazienza di nessuno.
Per il momento nessuno è stato capace di inventare altri modelli di business. Forse addirittura non esistono. Quindi, mutatis mutandis, c’è bisogno che qualcuno paghi: utente, azienda, sponsor,fruitore. L’epoca del grande gratis, dell’ubriacante libertà dal bisogno e dal denaro finisce per ovvie ragioni: non è condivisa da tutti. E allora quando wikipedia dice che ha bisogno di soldi per i suoi investimenti in hardware,in banda e personale, dove trovare il denaro? Secondo me, la risposta più democratica e più in linea con lo spirito del web è quella della contribuzione volontaria degli utilizzatori. Pago per quello che consumo oppure se preferite pago per quello che posso. Qualunque altra soluzione è possibile ma ha grosse controindicazioni. Abbonamenti. Hai ragioni da vendere, Carlo. Molti contibutors potrebbero indignarsi. Con pessimi risultati. Pubblicità. La torta non è infinita e i futuri o attuali monopolisti stanno facendo di tutto per rafforzare le loro posizioni, magari contrabbandandole con “la libertà della rete, l’offerta di nuovi favolosi servizi che non ti servono, i progressi infiniti della tecnologia ecc. ecc”. Gli sponsor. E’ vero che in America donazioni e sponsorizzazioni possono essere detratte dalle tasse, ma non all’infinito. E se anche in Europa si facesse strada un’idea del genere ci sarebbe meno massa critica a cui attingere.
Il volgo non segue, dici. E hai ragione. Alla massa il problema non interessa. Vuoi perchè non scrivono, non sono aziende, non sono editori. Al massimo ascoltano in attesa di vedere i risultati. Di vedere i vantaggi per loro stessi. Credo, con un pizzico di cinismo, che la libertà di stampa, di scrivere, di pubblicare interessi solo chi lo fa. Gli altri leggono, commentano, spettegolano oppure criticano come alcuni nostri “professorini dalla penna rossa” che non hanno soluzioni ma criticano che si sforza di trovarle.

[…] L’amico Ubik in suo post intitolato: “Wiikipedia,nanoeditori e micropagamenti” si interroga, con grande correttezza, sull’economia della rete. Almeno per quanto concerne l’enciclopedia collaborativa e il modo blog. Credo che il suo post vada latto e vada letto il commento di Bernardo Parrella Di seguito la mia risposta. […]