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Blog Memorial Day ovvero l’anti-Alzheimer della blogosfera

Posted by Ubik on August 24th, 2006

Cade il 31 Agosto l’edizione 2006 del Blogday, la giornata in cui tutti i blogger raccomanderanno ai loro lettori i blog che ritengono sconosciuti ai più ma meritevoli di una maggiore attenzione da parte del grande pubblico.

La finalità del Blogday sembra essere un assist fantastico per i detrattori delle blogstar, ammettendo implicitamente che non è sufficiente avere qualcosa di interessante da dire e far parte dell’albo dei blogger per vedersi automagicamente accendere le luci della ribalta o, messo in altri termini, che la blogsfera è “not equal, not flat and not fair” e ha ragione chi si lamenta di non avere pari opportunità (e infatti sono comparse anche le quote rosa).

Non voglio qui riprendere l’annosa questione della A-list, che a scadenze più o meno regolari diventa oggetto di contestazioni al pari di quelle sull’affluenza vs. influenza vs. affidabilità di un blog, sulla commistione tra blog e media mainstream (con punti di vista integrati o apocalittici) e sulla ancora non risolta querelle giornalisti vs. blogger .

La cosa che mi colpisce non è neanche il fatto che le questioni vanno avanti da un pezzo senza fare progressi sostanziali - identiche questioni venivano dibattute già nel 2003 (ad es. qui e qui), anno che in termini di blogosfera equivale al mesozoico anteriore - quanto il fatto che molti dei contributi e dei contribuenti di allora non sono neanche più reperibili, spariti nell’oblio della Rete (anche se qualcuno ci aveva avvertito di questo pericolo).

Per chi c’era e c’è ancora è sufficiente provare a ricercare alcuni dei contributi e dei dibattiti della prima ora - i post di Roncaglia sul blog questo sconosciuto (tranne qualche eccezione), la fuffa di Quintostato che diede vita all’omonimo aggregatore, le classifiche di Skipintro e i Gnu Weblog Awards di GNUEconomy che scatenarono i primi malcontenti, il primo libro in assoluto sulla blogopalla italica - insomma la memoria dei “padri fondatori” della blogosfera non sono più disponibili nè on-line nè come archivio.
Stessa sorte potrebbe a breve toccare a coloro che teoricamente ci sono ma non battono più un colpo da un pezzo - 4Banalitaten, Blogorroico, Pfall - a meno che non facciano come lui che di soppiatto è rientrato dopo aver dichiarato la chiusura o come il nostro Luttazzi, che si è rimangiato le parole.

Il problema teoricamente doveva essere risolto ex-lege, in una maniera tanto stupida quanto inapplicabile, tanto è vero che è rimasta lettera morta e lo sarebbe rimasta anche senza interventi.

Il problema però rimane tutto lì.
Pensate per esempio a cosa accadrebbe se i blog di Mantellini, Macchianera, Herzog non fossero più disponibili? o se Splinder, invece di essere comprato da RCS, seguisse la parabola di Clarence?

Insomma per il bene della generazioni future penso che sia cosa buona e giusta sostituire il Blog Bay con il Blog Memorial Day, giorno in cui ogni blogger dovrà ripubblicare un post di valore che a suo giudizio corre il rischio di finire nell’oblio della Rete.

Io comincio subito, ripubblicando un post del compianto Gonio che, a mio modesto parere, spazza via qualsiasi polemica attuale e futura sulla questione blogger vs. giornalisti.

A futura memoria.

IL CIMENTO DELL’ARMENTO
del congegno di un contegno da convegno

[scritto moralista a partire da altri e soliti intenti *con l’abuso della prima persona singolare]

Che cosa ci aspettiamo dai convegni sui blog? Che trovino gli spunti, la lateralità retorica e la ricchezza ermeneutica necessarie a raccontare la nuova sfera, “il centro che è periferia di un altro centro”.
Che cosa ineluttabilmente si manifesta al convegno sui blog ? Un relatore di accademica rotondità, cui la saccenza imprime il moto di rotazione e la superficialità quello di rivoluzione, in direzione del buco nero del non-sense sociologico che è destinato a ghermirlo.
Ecco cosa è toccato in sorte al Salòn, all’armento svaccato su un pascolo di gomma piuma.
Ma prima una premessa. Ogni tanto salta su qualcuno, di solito “ggiovane, alternativo, informale”: diciamo un blogger medio. E spara a zero su qualcun altro, di solito più “vecchio, parruccone, corporativo”: diciamo un giornalista, un accademico, un neo-arcadico.
Allora, fatalmente, c’è sempre il pedante (non che lo sia davvero, ma ineluttabilmente ne assume le sembianze) che dopo averli lasciati un po’ sfogare scrive - le sue trenta righe di elzeviro se è giornalista culturale e di costume, le sue cinquecento battute impostate e permalinkabili se è padre nobile della blogsfera - ricordando che la querelle sulle magnifiche sorti e progressive della comunicazione e sul superamento della corporazione c’è sempre stata e sempre ci sarà, e che quindi è il solito teatrino puerile, per favore siamo seri.
È un modo di spiegare le cose - e metabolizzarle - che detesto. Perché è precotto. Ha l’idiozia dogmatica della formula universale.
Allora vorrei dire come stanno le cose, viste da qui, ruminate su un prato di gommapiuma.
È vero che i blogger sono attratti dall’ostensione rituale della parola blog - un convegno, l’articolo sul quotidiano o sul magazine, il documentario del diaprtimento scuola educazione, il programma dell’accesso - come mosche intorno a uno stronzo fumante.
Ed è altrettanto vero che poi hanno la tendenza ad assopirsi: ai convegni, ad esempio, cullati dall’ipnotica iterazione dell’ultimo birignao sociologico.

Ma ci sono blogger che partecipano a convegni cui sono perfettamente organici e blogger che si trovano a convegni da cui li dividono abissi.
I primi sono accidental bloggers, i secondi natural born bloggers. (In realtà i blogger della scuola milanese - intrinsecamente terzisti, e noi con essi - si trovano ai convegni solo perchè stufi di aperitivi al Movida).

E questo finisce per sommarsi all’altra querelle, quella degli antichi e dei moderni.
I primi che hanno aperto un blog, i thirtysomething abituati navigare in lungo e largo sino alle colonne d’Ercole (ricordate, siamo oltre diecimila), si trovano ora a fare commerci nel “mare nostrum”, nella maggior parte dei casi inconsapevoli dell’esistenza di una generazione di epigoni drasticamente diversi da loro. Voglio dire: gente cresciuta in un oceano linguistico, retorico, etico e tecnico completamente diverso.
Les anciens inconsciamente simili agli intellettuali del cafè, les moderns grottescamente assimilabili agli adolescenti del fast food.
Già quelli come me (tra i 35 e i 40, per capirsi) al momento buono si sono guardati intorno e hanno visto gente più giovane che scriveva blog ma che non aveva niente a che fare con quello che avevamo in testa noi. E che ci vede come matusa. Marziani. Pallosi.
E dire che noi non siamo mica di quelli svezzati col monoscopio in bianco e nero e col mangiadischi a 45 giri; ma gente inebriata dal colore (la tivù svizzera) e dalla prime tivù libere, la cassetta nel walkman (sfottendo il fratello maggiore, sfigato, soffocato come Laocoonte dal nastro del suo Stereo8) e Space Invaders come frontiera tecnologica. Un imprinting palesemente rachitico, ma già bastevole a fare la differenza: un’immensa differenza. Chi oggi ha meno di trenta anni viene da un’altra galassia: viene da un universo comunicativo dove l’intensità, la qualità, la spettacolarità dei messaggi è cresciuta a dismisura. Non è il consueto scarto tra generazione e generazione. Lì in mezzo, tra fratelli maggiori e minori, è successo il finimondo. E nel blog lo leggi.

Allora quando mi chiedono cosa mi aspetto dai blogger (di ogni età, ma soprattutto dai neofiti non impigriti dalla morbida dialettica dell’ozio e del negozio), quel che mi viene da dire è: voglio che mettono in bottiglia il loro agio/disagio rispetto al contemporaneo. E che abbandonino questa bottiglia ai flutti del cazzeggio o me la scaglino dietro come una molotov.
Voglio che sfanculino una volta per tutte - meglio e più radicalmente di me - la leziosa e calligrafica scrittura liceale, voglio che scampino definitivamente - meglio e più radicalmente di quanto siamo riusciti per ora a fare noi - il rischio di costruire un nuovo “medium” troppo uguale a quelli tradizionali - con tanto di opinionisti, polemisti, elzeviristi, battutisti e vignettisti - solo fatto dal basso, dagli outsider, dai non professionisti (e con ciò?).

Certo, io voglio che cambino il concetto e la realtà del dei consumi culturali.
Ma voglio che lo facciano partendo dal loro vissuto, non dalla loro autorappresentazione di critico letterario (o musicale, o cinematografico), normalmente plasmata dalla Weltanschaaung neopositivista del Manuale delle Giovani Marmotte.

Voglio che scrivano blog: nè letteratura, nè giornalismo.
Scrittura quotidiana - nè alta, nè popolare - ma di consumo: fulmineo o da meditazione, effimero o indelebile. E non voglio delegare a quelle parole - che io/noi non sempre sono/siamo capaci di scrivere - quel che normalmente abbiamo sinora cercato nella stampa o nei libri. Ma che quelle parole però ci aiutino a trovare più palpabilmente pedanti, meno accidiosamente ridondanti i libri e la stampa letti per abitudine e dovere. Insomma che spazzino via per sempre - dalle classifiche e dagli schermi, sia chiaro - le polveri sottili di un Baricco o un Bruno Vespa.
Voglio leggerli i blogger e non annoiarmi. E quindi trovare in loro i ritmi, la complessità, la ricchezza e le contraddizioni di questi anni: tutta la fatica che facciamo ad assuefarci a questa modernità.
E poi scoprire nei più brillanti di loro la declinazione - con le parole, i suoni, le immagini di oggi - le eterne vicende dell’uomo, e gustare la sorpresa di riconoscere che è sempre la stessa storia.
Lo chiamino pure diarismo autoreferenziale, io voglio che non smettano di raccontare la loro storia. E che in un delirio creativo ne inventino altre. Voglio che usino il loro talento non per scolorire il loro pop-blog in serialità, ma per segnare percorsi spiazzanti.
E dai migliori pretendo che saccheggino allo spasimo il materiale retorico e linguistico che hanno nelle viscere - e che estraggono con sempre maggiore maturità e consapevolezza - ma voglio anche che alla fine ottengano qualcosa che ha il nitore o la follia o la vertigine fantastica di chi sa usare la parola.
Non voglio che inseguano questo o quel blogger famoso, specie quando ormai è lontano, reso quasi classico dall’abuso della stessa formula (anzi, nuovamente affascinante per il suo essere ineluttabilemnte delabré e déja lu). E comunque quel che c’era da imparare da loro l’abbiamo talmente assimilato che non dà più agio manco al plagio.Perchè mentre gli accidental bloggers stanno ai convegni (chi gratificato della loro riconoscibilità socio-culturale, chi solo appagato dall’occasione di cazzeggio comunitario con le sue connessioni preferenziali), altri nel frattempo non smettono di annodare fili nel labirinto e non cessano di tracciare svincoli e rotondi nella blogpalla di babele.Tutto qui. Moltiplichiamo i link, riprendiamo a esplorare. In cambio giuro che al prossimo convegno ascolterò diligente e giuro di postare cose sensate, evitando la goliardia da gita scolastica e i seguenti escamotages: 1) badge con millantato credito, 2) rigurgiti morettiani con parafrasi usurate sulla rappresentatività dei ggiovani 3) incomprensibili variazioni su tema di paoloconte, 4) trenini blando-situazionisti davanti al tavolo dei relatori.
Magari ne inventeremo delle altre: ma queste, no.



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